One World School

Una scuola per un domani migliore

L’innovativo concetto educativo alla base della One-World-School è stato realizzato per la prima volta dall’OEW ormai due anni fa. Per l’intero anno scolastico i*le referenti dell’OEW accompagneranno gli studenti e le studentesse interessati*e nell’applicazione concreta delle loro idee in ambito di sostenibilità sociale e ambientale. I*le ragazzi*e, attraverso progetti sviluppati in prima persona, potranno dare forma al loro contesto educativo, imparando a riconoscere e a capire le dinamiche globali che, oggi da adolescenti e domani da adulti, potranno contribuire a cambiare in quanto parte attiva della società civile. La One-World-School incoraggia i*le giovani che vogliono contribuire al miglioramento della nostra società, a mettere in discussione le attuali strutture sociali e ad affrontare criticamente
tematiche ritenute tabù.

Target: Scuole medie, professionali e superiori
Durata e costi: da accordare
Prenotazione: formazione@oew.org

zebra.appetizer

Oltre il carcere

ALESSIO GIORDANO . LISA FREI

Chi commette un reato viene perseguito e condannato. Quale sia la giusta punizione e se le carceri rendano detenuti e detenute esseri umani migliori sono domande controverse. Esistono nuovi e diversi approcci e alternative al carcere. Un tema, questo che ancora oggi rimane un tabù. 

Mouze C., 35 anni, non ha nessuna intenzione di tornare in carcere, di questo è certo. In totale vi ha trascorso sette anni, gli ultimi due nella casa circondariale di Bolzano. Mouze ha vissuto per strada ed era tossicodipendente. Ha iniziato a rubare per poter acquistare le sostanze con cui acquietare la propria dipendenza. In strada il passo verso la criminalità è breve“, racconta, „si arriva a un punto in cui quasi non ci si sente più umani“. Non c’è più solo il bianco o il nero, ciò che è giusto o sbagliato. „Questa non è ovviamente una giustificazione per le cose che ho fatto“. Oggi Mouze ha sconfitto la sua dipendenza e sta finendo di scontare la sua pena agli arresti domiciliari in una struttura residenziale a Bressanone. È uscito dal carcere nei mesi della pandemia di Covid-19 (v. infobox), in seguito alla quale le presenze nelle carceri italiane, perennemente sovraffollate, sono state in parte alleggerite. Per Mouze C. questo momento rappresenta una possibilità. Tra poche settimane dovrebbe iniziare a lavorare. „Sono stato fortunato“, dice. Mouze ha visto molte persone spegnersi in prigione. 

Il carcere di Bolzano è una casa circondariale per uomini, condannati a pene detentive fino a 5 anni. Ha una capacità di 87 posti, ma in passato vi sono state detenute in media anche 110 persone. L’edificio è largamente criticato per le sue condizioni fatiscenti. Si parla da tempo della costruzione di un nuovo carcere, ma il progetto, un partenariato pubblico-privato che avrebbe dovuto vedere la luce nel 2019, è fermo a causa del fallimento della ditta appaltatrice. Ad oggi I lavori non sono ancora iniziati. La casa circondariale di Bolzano fu costruita nel 1870. All’epoca i detenuti venivano condannati al “Wiener Würgegalgen” (la forca degli strangolatori di Vienna) e le esecuzioni pubbliche avvenivano in presenza di curiosi. In seguito, l‘abolizione della pena di morte e delle punizioni corporali hanno costituito un passo importante verso una società umana e illuminata, che dovrebbe puntare soprattutto alla riabilitazione e risocializzazione delle persone detenute.  

La quotidianità del carcere 

„Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato“, così recita l’articolo 27 della Costituzione. „È interessante notare che non si parla di carcere, ma di pena“, afferma Dario Martini del servizio Odòs, struttura residenziale della Caritas, che accoglie 16 persone ex-detenute e detenute in misura alternativa. „I nostri padri costituenti sapevano si cosa di parlava, avendo vissuto in prima persona l’esperienza del carcere“. 

Martini sa per esperienza che che il reinserimento sociale dei detenuti non avviene automaticamente una volta consegnati loro i documenti di rilascio. Gli operatori e le operatrici di Odòs accompagnano le persone e le sostengono nel percorso di reinserimento nella vita sociale dopo il carcere. Il tasso di successo di Odòs è alto. Allo stato attuale, invece, raramente avviene la risocializzazione delle persone detenute nelle carceri. „In condizioni di svraffolamento, dividendo una cella in otto o in dieci, si perde inevitabilemente la propria inidividualità“, spiega Dario Martini. A stretto contatto con altre persone l’uomo tende a far parte del gruppo e questo comporta una sua standardizzazione in cui l’”io” non trova più spazio. „Si tratta di dinamiche di gruppo incompatibili con il concetto di risocializzazione. 

Mouze C. in alcuni momenti ha diviso la sua cella con altri undici detenuti. „In carcere molti sopravvivono solo con l’aiuto dei farmaci. Senza tranquillanti impazziscono“.
Le celle del carcere di Bolzano sono piccole e lo spazio esterno è costituito dal cortile che misura circa 10 metri per 50. Le visite dall’esterno sono consentite, solitamente, una volta alla settimanaC’è una biblioteca, ma sono scarse le offerte formative e le attività per il tempo libero.  Le ore di lavoro dei detenuti che svolgono attività alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, inoltre, sono state ridotte da tre a sei. In carcere, a Mouze C. a lungo è mancata la possibilità di poter svolgere regolarmente un’attività e di poter dedicare il proprio tempo a qualcosa di utile per sé stesso e per gli altri. Dopo due anni ha iniziato a lavorare come manutentore, occupandosi di ogni genere di riparazione all’interno dell’obsoleta costruzione, e ha iniziato a riflettere sulla sua pena: „Perché sto lavorando qui e non fuori? Come ci sono finito qui dentro? Cosa farò una volta uscito?“ Mouze C. è convinto che se una persona ha uno scopo per alzarsi la mattina e fare qualcosa di utile, ne guadagnerà in autostima e dignità e troverà un nuovo significato nelle cose di tutti i giorni e „di questo ne beneficia il singolo individuo al momento del rilascio, ma anche l’intera società in cui egli torna a vivere. 

Le 190 carceri italiano costano ai*lle contribuenti circa 2,9 miliardi di euro all’anno. A oggi, più di 50.000 persone stanno scontando la propria pena dietro le sbarre e meno del 30 percento di loro lavora (il 25% per l’amministrazione penitenziaria, meno del 4% per ditte esterne). Recenti statistiche, inoltre, evidenziano che il tasso di recidiva di coloro che scontano l‘intera pena in carcere arriva al 60 percento.  

 

Un mondo a sé 

Opportunità di formazione, esperienze di lavoro e la preparazione in previsione di una vita serena fuori dal carcere sono elementi fondamentali lungo il percorso di reinserimento nella società. Quando queste possibilità si concretizzano, le probabilità di trovare una casa e un lavoro dopo il rilascio aumentano e la recidiva diminuisce. Ulteriori ostacoli che spesso le persone detenute devono affrontare una volta rilasciati sono l’assenza di relazioni significative e lo stigma sociale, che è ancora oggi molto forte. „Il carcere è un mondo a sé“, sostiene Martini di Odòs. E proprio questo è il problema principale. „Com’è possibile ritrovare il proprio posto all’interno della società, se in prigione si è completamente tagliati fuori da essa?“, chiede. Un ruolo importante lo giocano i*le volontari*e, che rappresentano un ponte con il mondo esterno e, attraverso la loro presenza e la loro attività, permettono alle persone detenute di vivere momenti di scambio preziosi. Stefano Fugazza è uno di loro. Entra in carcere due volte alla settimana e si confronta spesso con l’opinione che molti fuori hanno di questa realtà. „La gente fuori ha un’idea molto definita rispetto alla detenzione: chi sta dietro le sbarre, se l’è sicuramente meritato“. Per Fugazza è importante vedere la persona, chiamare per nome coloro che spesso sentono di essere uno scarto della società. „Le persone riconoscono che il mio interesse nei loro confronti è sincero e che in loro vedo delle persone tali e quali a me. Questo è fondamentale, perché solo chi ha ancora un minimo di rispetto e di fiducia in se stesso può compiere il difficile percorso che lo attende dopo il rilascio dal carcere.“  

Le prigioni in Norvegia sono gestite secondo il motto “Un detenuto è il nostro vicino di casa di domani” (vedi infobox)Con un tasso di recidiva del 20 per cento, la Norvegia è all’avanguardia a livello internazionale per quanto riguarda le pene e la risocializzazione dei*lle condannati*e. Tutto il mondo guarda a questi progetti-modello, i cui costi ammontano al doppio di quelli di un carcere americano, ma sono poi pochissime le persone che hanno una ricaduta e, anzi, la maggior parte di loro dopo il periodo di detenzione trova un lavoro e versa i contributi all‘erario. In questo modo il sistema si paga da sé e il risparmio per le casse dello Stato è considerevole. L’idea è tanto semplice, quanto efficiente: ognuno*a trae enorme beneficio quando viene visto*a come persona. Chi ha la possibilità di sfruttare le proprie capacità – pregresse o nuove – e di formarsi, avrà davanti a sé nuove opportunità e orizzonti. Chi riesce a curare le relazioni e a mantenere il contatto con la propria famiglia, dopo il rilascio avrà attorno a sé rapporti sociali positivi. Le probabilità e la necessità di tornare a delinquere, quindi, si riducono notevolmente. Esperienze e statistiche dimostrano che questo approccio è efficacie anche su piccola scala: le persone che scontano la pena al servizio Odòs di Bolzano sono meno frequentemente soggetti a ricadute. Lo stesso vale per coloro che in carcere hanno la possibilità di frequentare un corso di formazione professionale e di poter poi svolgere la mansione appresa con regolarità all’interno o all’esterno dell’istituto di pena. 

La risocializzazione 

Un ulteriore argomento a cui prestare attenzione quando si parla di carcere lo affronta Franca Berti (vedi intervista): la giustizia sociale. Se dipendesse dalla Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Bolzano, infatti, il lavoro sarebbe da fare prima ancora che qualcuno*a commetta un crimine, in quanto „quando una persona arriva a delinquere, significa che la società ha fallito“.  

Negli Stati Uniti -un esempio estremo in questo senso – più di due milioni di persone sono rinchiuse in carcere. Il numero di detenuti*e per abitanti è particolarmente elevato: 665 ogni 100.000 abitanti (in Scandinavia sono circa 60) e le pene detentive sono molto più lunghe di quelle previste per reati analoghi in Europa. Oltre l’80% dei detenuti negli Stati Uniti appartiene a strati sociali sistematicamente svantaggiati e discriminati: Neri, disoccupati*e, tossicodipendenti, persone provenienti da ambienti socialmente deboli e dalla bassa scolarizzazione. Molti*e sono in carcere perché non possono permettersi una buona consulenza legale. Ruth Wilson Gilmore, attivista per i diritti umani e studiosa, da tempo denuncia questi abusi e arriva persino a chiedere la totale abolizione delle carceri. Nel suo manifesto „Abbiamo davvero bisogno delle carceri?“ chiede di riconsiderare le punizioni. „Se su dieci ex detenuti sette di loro commettono nuovamente un reato, allora le carceri sono uno spreco di denaro“, afferma Gilmore. La risocializzazione non funziona, perché il concetto presuppone che, prima di delinquere, le persone fossero inserite nella società. Spesso, però, non è così e questo è il problema fondamentale: chi finisce in carcere, spesso è scivolato fuori da ogni tipo di rete sociale. Invece di investire in nuove carceri, quindi, sarebbe più indicato puntare sulla comunità e sulla formazione, sulla salute e sul sistema sociale. 

Gli Stati Uniti non sono poi così lontani da noi ed è possibile tracciare dei parallelismi tra la situazione statunitense e quella italiana.  

Anche se l’offerta è scarsa e i mezzi e le strutture per un’adeguata assistenza individuale sono tutt’altro che adeguati, per alcuni*e la prigione è comunque il primo luogo in cui avere la possibilità di accettare un aiuto, di confrontarsi con il proprio vissuto, le proprie capacità e prospettive personali. Alcuni*e riescono, nonostante tutto e con grande forza interiore, a sfruttare la detenzione come un’opportunità per cambiare la propria vita in meglio. 

E se più persone avessero avuto delle opportunità prima di scivolare nel crimine? Magari Mouze C. non avrebbe mai commesso un reato. Purtroppo queste sono solo supposizioni. Ad ogni modo, oggi Mouze è contento di non essere più „dentro“ e vuole finire di scontare la sua pena riprendendo in mano la sua vita. „Quello di cui ho bisogno, ora che sono di nuovo nel mondo „fuori“, è una possibilità“, dice quasi tra sé e sé, con voce rotta dallemozione.. La possibilità di andare avanti, lasciarsi il passato alle spalle e non rimettere mai più piede in carcere.  

Il modo in cui noi, come società, ci approcciamo a chi delinque dice molto della nostra idea di giustizia. 

 

Infobox 1: Le carceri in Italia 

190 carceri
53.619 detenuti, di cui il 95% uomini (la maggior parte in età compresa tra i 30 e i 50 anni)
67% cittadini italiani
29,5% lavora (in Germania sono il 65%)
Tasso di recidiva: 68,5%

Infobox 2: 

In Italia sono previste misure alternative se la persona è stato condannato*a a meno di tre anni, se è in cattive condizioni di salute, se ha più di 70 anni o meno di 21 anni o se è incinta e ha figli di età inferiore ai 10 anni.
Le pene alternative consentono, con alcune restrizioni e condizioni, di scontare una pena al di fuori del carcere:
  quando vengono rilasciate per l’affidamento in prova ai servizi sociali, le persone sono assistite dai servizi sociali e seguono un programma di riabilitazione individuale, alle cui regole e attività è collegata la pena da scontare.
Agli arresti domiciliari, la pena viene scontata nella propria abitazione o in un’altra struttura. 
-in semilibertà, la persona è ancora in custodia, ma può muoversi liberamente al di fuori del carcere per una parte della giornata. 

 Infobox 3: Carcere e coronavirus 

Nella sua relazione annuale al Parlamento, il Garante nazionale dei detenuti e delle persone private della libertà personale, Mauro Palma, ha affermato che l’emergenza sanitaria ha messo a nudo “le preesistenti carenze e criticità del sistema penitenziario, enfatizzando la sua inadeguatezza a far fronte al fenomeno che si stava presentando: sovraffollamento degli istituti, mancanza di spazi destinabili alle necessita’ sanitarie, diffuso degrado strutturale e igienico in molte aree detentive, debolezza del servizio sanitario”. Palma rileva il calo delle presenze negli istituti di pena del territorio nazionale (da 61.230 presenze registrate il 29 febbraio alle 53.527 del 23 giugno 2020), ma sottolinea che si contano situazioni che pongono interrogativi circa il mancato accesso a misure alternative.  

I mesi della pandemia hanno colpito duramente la popolazione carceraria. Sono stati 284 i casi di contagio tra popolazione detenuta e personale di polizia, 4 i detenuti morti per coronavirus e 14  a seguito delle proteste dell‘8 e 9 marzo, le cui circostanze sono ancora da chiarire. 

Secondo Palma, causa delle proteste è stata anche „una comunicazione sbagliata, tendente a presentare le misure che necessariamente si stavano per adottare come totalmente preclusive di ogni possibilità di contatto con l’esterno e di proseguimento di percorsi avviati”. 

Quelle: Relazione annuale al Parlamento del Garante nazionale dei detenuti e delle persone private della libertà personale 

Infobox 4:

Le carceri  norvegesi sono considerate le più avanzate del mondo. Con un tasso di recidiva compreso tra il 16 e il 20 per cento, sono un ottimo esempio di come dovrebbe avvenire la risocializzazioneI detenuti dell’isola di Bastøy possono muoversi liberamente, vivere in case e lavorare nell’agricoltura o in una delle attività artigianali. Ci sono animali, impianti sportivi, un negozio, una chiesa e una scuola. Nei suoi 30 anni di storia non c’è stato alcun tentativo di fuga. Il carcere di massima sicurezza Halden vicino a Oslo, inaugurato nel 2010, è concepito come un villaggio e funziona secondo tre principi: normalità, umanesimo e progressione. Secondo questo principio I detenuti dovrebbero condurre una vita il più normale possibile, con opportunità di lavoro e di svago, e rielaborare il proprio vissuto in vista del loro rilascio.  

Fotos: 

Foto 1- La detenzione apre alle persone l’orizzonte di un futuro incerto 

Foto 2- Franca Berti (intervista) 

Foto 3 – Il carcere di Bolzano è uno die più vecchi d’Italia 

 

 

“Quando finiscono in carcere è perché noi siamo arrivati troppo tardi”

ALESSIO GIORDANO . LISA FREI

Franca Berti è psicoterapeuta e garante dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale per il Comune di Bolzano. Da più di trent’anni anni si occupa di carcere e, nel corso degli anni, ha toccato con mano molti degli aspetti più controversi del sistema penitenziario italiano. 

Il carcere di Bolzano, per struttura e organizzazione degli spazi, promuove la rieducazione dei detenuti?   

La casa circondariale di Bolzano non è una struttura idonea per la rieducazione delle persone detenute. Bisognerebbe adeguare gli spazi, affinché il detenuto non sia solo oggetto della pena, ma soggetto di un cambiamento. Attualmente portare proposte di formazione, di incontro e di vita di gruppo in un’istituzione totale come il carcere di Bolzano, che presenta tantissimi limiti, è impossibile. Questo ha una ricaduta assolutamente negativa sulle persone.  

 

Il carcere, in quanto istituzione totale, ha dei meccanismi intrinsechi che condizionano la vita dei detenuti? 

L’istituzione totale ha come logica quella dell’infantilizzazione delle persone e questo le deresponsabilizza. Hanno quindi molte più probabilità di perdersi nel modello di comportamento che le hanno portate in carcere. È caratteristica dell’istituzione totale, inoltre, non tenere conto della parte emotiva e affezionale delle persone. Quando si chiudono i cancelli blindati, la persona rimane fuori e dentro c’è solo il detenuto. È quasi un processo dicotomico ed è grave, perché poi esce il detenuto e non più la persona, che non viene più recuperata.  

 

Qual è la visione del carcere che prevale oggi nella nostra società? 

All’esterno oggi c’è poca sensibilità politica e sociale. Negli anni si è affermata una logica che individua nel carcere uno strumento di vendetta. Il reo, infatti, viene considerato come un soggetto da chiudere dietro le sbarre e non si pensa che un giorno quella stessa persona uscirà e tornerà in società. Questa logica paga in termini di consenso elettorale, ma è disfunzionale dal punto di vista sociale. 

 

C’è uno stigma verso le persone detenute da parte del “mondo fuori”? 

Lo stigma sociale è ancora molto forte. Quando una persona esce dal carcere spesso non ha più rapporti familiari: le mogli si sono allontanate, sono stati rinnegati dalla famiglia. In mezzo alla strada dopo mesi o anni di inattività, una persona può fare riferimento alle organizzazioni del terzo settore, ma in fondo resta sola e non ha che da riaggregarsi alle persone a cui era legato prima. Probabilmente tornerà a delinquere ed è destinato a tornare in carcere.  

 

Può fare una panoramica della popolazione carceraria di Bolzano? 

Nel carcere di Bolzano sono spesso presenti soggetti caratteriali, con una personalità molto fragile e permeabile. In poco tempo arrivano a non riconoscersi più come soggetti portatori di un’identità e arrivano ad avere bisogno dell’istituzione, che permette loro di procedere tra due binari. Si tratta quindi di persone fragili con identità deboli, manipolabili sia dall’istituzione, sia da altri detenuti più strutturati. Quando finiscono in carcere è perché noi siamo arrivati troppo tardi, per molti il destino era già segnato. 

 

Quali modifiche auspica per il sistema carcerario e per Bolzano in particolare? 

Bisognerebbe avere delle strutture idonee e non limitarsi a rinchiudere le persone in palazzoni fatiscenti. Ci vorrebbe un carcere sperimentale e moderno con più strutture abitative, in cui le persone possano autogestirsi la vita quotidiana. Andrebbero evitati meccanismi di vendetta e di esclusioni e promossi, invece, processi di accompagnamento. Ritengo sia importante puntare di più sulle misure alternative. Il tasso di recidiva cala vistosamente quando le persone riescono ad accedervi. Non è una visione che porta voti, ma garantisce risultati migliori e maggiore sicurezza sociale.  

 

Giornate di approfondimento

Avvicinamento ai temi dell’educazione sociale

Da circa trent’anni l’OEW si occupa di tematiche che riguardano l’educazione sociale e gli obiettivi di sviluppo sostenibile promossi dall’ONU, girando per le scuole di ogni grado e ordine, dalle materne alle superiori. Su richiesta, i collaboratori e le collaboratrici dell’OEW mettono a disposizione la loro esperienza e organizzano giornate di approfondimento per adulti*e attivi* e attivi in ambito sociale o formativo. Attraverso workshop interattivi si discuteranno le interconnessioni globali, concentrandosi su tematiche decisive come il potere dei consumatori, il paternalismo e il colonialismo, un linguaggio consapevole dei pregiudizi, il razzismo, la forbice sociale tra persone povere e ricche, la sostenibilità sociale ed ambientale ed un consumo critico dei media, costruito in maniera innovativa e frutto di una riflessione collettiva.

Target: personale docente
Durata: mezza giornata o una giornata
Costi: da accordare

Valigia della plastica

 

Valigia della plastica

Insieme per salvare il nostro pianeta

Secondo molte ricerche, nei nostri mari, ci sono già 150 milioni tonnellate di rifiuti plastici e ogni anno se ne aggiungono più di otto milioni. Attraverso diversi fattori ambientali, questi rifiuti finiscono col diventare microplastiche. Queste minuscole particelle non sono solo mortali per molti animali marini, ma arrivano nel nostro organismo attraverso il consumo di pesce, con l’utilizzo di cosmetici o di altri prodotti di uso domestico. In questo laboratorio scopriremo come la plastica arriva nei nostri mari, come finisce nel nostro sangue e le conseguenze sull’nostro ambiente. Insieme cercheremo di trovare soluzioni e alternative. Con piccoli accorgimenti possiamo dare tutti*e il nostro contributo per frenare l’invasione della plastica!

 


Target: scuole primarie e scuole secondarie di I grado
Durata: 2 ore
Prezzo: 80 € compenso + 25 € programmazione + spese di viaggio